La tempesta

Dramma giocoso in parola e musica in un Prologo, due Atti e un'Entr'act su testo di Luca Fontana

prima esecuzione: 13-02-2006
organico: Flauto, oboe, clarinetto Sib (anche clarinetto basso), sax contralto Mib, fagotto, percussioni (2 esecutori), arpa, pianoforte (anche clavicembalo), quintetto d'archi, 2 attori, 2 soprani, mezzo soprano, tenore, baritono, 2 bassi, piccolo coro (soprano, contralto, tenore, baritono).
edizione: Sonzogno
durata: 2 h 10 min
luogo: Torino
esecutori: Cherici, Bertagnolli, Bandera, Formaggia, Abbondanza, Lepore, Chiummo, De Marchi, Proietti. Orchestra e Coro del Teatro Regio - Direttore G. Grazioli - regia G. Cobelli
presso: Teatro Carignano
 

La pagina musicale è prima di tutto l’ordine di battaglia di una flotta di navi a vela, ma è anche un piano secondo il quale affonda la notte. Così il poeta Mandel’stam con metafora potente e ardita cerca di cogliere il senso profondo e misterioso della scrittura musicale che sta alla musica nei termini in cui la navigazione sta alla flotta: ne è cioè una sua ordinata specificazione. 
Dunque l'”ordine di battaglia” dichiara e riassume tutto il paziente lavoro del compositore chiamato a saper cogliere le sfuggenti geometrie che animano come  sotterranee correnti il fluire della musica.
Proseguendo fino all’azzardo la metafora mandel’stamiana il compositore diventa una sorta di armatore-ammiraglio che vara e dirige flotte (o più spesso flottiglie) che navigano in procellosi oceani di pentagrammi.
Però il compositore dell’opera “La Tempesta” (che è pure lo scrivente) ha dovuto, questa volta, prendersi cura non solamente della propria flotta ma anche di un’altra,  assai più antica, forse varata da un sommo ammiraglio britannico, Henry Purcell, che nella traversata dell’oscuro mare del tempo si è in gran parte dispersa affondando. Il compositore ha costruito e ricostruito, mettendo insieme i pezzi dell’una con materiali dell’altra e viceversa, ha approntato una nuova flotta e ha veleggiato verso l’isola di Prospero.
La “tempesta” shakespeariana ha fatto naufragare questa flotta composita proprio su quell’isola, dove abitano personaggi che parlano e cantano lingue diverse, molteplici: una sorta di “naufragio” linguistico dunque che la trama del sommo poeta salva dal caos.
Un’isola dalle mille voci è quella di Prospero; un’isola magica dove il tempo si sospende: in un batter di ciglia un lontano passato in cui l’inglese diviene lingua arcana, quasi divina, cantata da demoni, ninfe e divinità si traduce nella quotidianità di un italiano che racconta le vicende dei personaggi che popolano il racconto shakespeariano.  L’inglese è anche la lingua del doloroso passato di Prospero, cacciato assieme alla figlia Miranda dal suo ducato milanese, vicenda narrata dalla pantomima di due demoni; è la lingua delle ninfe che dal fondo del mare ci intrattengono in un intermezzo patetico, ma è pure la lingua dei personaggi che alla fine della storia per celebrare le nozze di Miranda e Ferdinando, ma soprattutto per glorificare se stessi si travestono e giocano a essere divinità, vanità suprema punita da un’onda gigantesca che li condannerà ad un nuovo naufragio (brillante trovata del librettista Luca Fontana che inclina la vicenda sul versante del mito, alludendo ad una circolarità del tempo che è propria di quella dimensione).
All’italiano il compito di descrivere le peripezie di Prospero, Ariel, Caliban, e tutti gli altri, seguendo passo passo i punti salienti della trama originale dell’immortale bardo.

Trailer La tempesta - Torino 2006

Da queste poche note si può forse immaginare come, da un punto di vista musicale, il rapporto tra antico e nuovo sia piuttosto articolato: i due mondi si fanno specchio a vicenda, interagiscono regalandosi proprietà e caratteristiche l’uno con l’altro.
Il settecento del forse Henry Purcell ne esce avvolto da una nuova veste sonora che gli assicura un certo grado di omogeneità, senza peraltro perdere la propria identità, con l’altra parte della partitura che, a sua volta, viene in gran parte generata da materiali musicali di derivazione settecentesca.
La manipolazione di questi materiali segue ragioni prettamente drammaturgiche, è, cioè, indissolubilmente legata a ciò che accade ai personaggi e alla loro caratterizzazione.
Un esempio per tutti: l’ordito musicale su cui è imbastita la farsesca trama dei tre “cattivi” (Gonzalo, Antonio e Sebastiano) si riferisce costantemente al masque demoniaco che mette in scena la congiura originaria, scaturigine di tutta la vicenda.  Ogni qualvolta i tre si comportano da congiurati, la musica prenderà forma, attraverso le più svariate tecniche di variazione, dalla pagina purcelliana.

Molti altri sono i momenti dell’opera che si muovono su queste coordinate; se il brano settecentesco, stemperato dai mille riflessi della metafora, allude, quello contemporaneo specifica e si tempra nell’azione.
Nell’isola dalle mille voci Prospero sta al centro di ogni cosa, di ogni accadimento, è il monarca assoluto che esercita il suo potere sia sugli uomini che sugli elementi. La sua è la lingua “ufficiale”, le altre a questa assoggettate, risultano in qualche modo esotiche: così lo scampanio di quarte discendenti che disegna Ariel nel Masque settecentesco si trasforma in un tintinnio gamelan persistente e nervoso.  Caliban, il selvaggio, l’uomo nero, l’ esotico per definizione, biascica le sue maledizioni con  parola percussiva (drum talk la definirebbe il cantante inglese Nik Kershaw) e si dichiara geograficamente giamaicano con il calipso-tormentone che canta a mò di presentazione ogni qual volta si ritrova in scena a insultare Prospero. Anche Miranda,  sua giovane figlia,  vissuta sull’isola per la gran parte della sua vita, declina un esotismo dal sapore mediterraneo con un canto sovente melismatico, intrecciato su di una scala modale dall’incerta origine  bizantina.
Ma al centro c’è Prospero, la sua lingua di dominatore è mutevole e in qualche modo indefinibile.  Sempre in scena, come attore o spettatore degli eventi, recita e canta molto, ma la molteplicità di aspetti che caratterizza il personaggio rende impossibile una sua scansione univoca; egli muta a seconda dell’interlocutore: patetico con la figlia Miranda, tirannico con il servitore Ariel, sprezzante con Caliban, ironico con Ferdinando. Se i personaggi che si agitano attorno a lui rimangono fissi nel loro ruolo, Prospero, in continua metamorfosi, sembra non possederne alcuno. E’ attraverso il punto di vista degl’altri, degli “esotici” che noi percepiamo Prospero e  così, simbolicamente, il centro rimane vuoto!  Forse lui stesso è un incantesimo della propria magia.

La seicentesca dicotomia tra reale e soprannaturale che nasceva dall’efficace semplificazione di far recitare i personaggi della commedia e cantare i personaggi dei Masque (i quali, con la sola eccezione di Ariel, messaggero tra i due mondi, sono tutti differenti da quelli della commedia e tra i due gruppi esiste solamente un nesso di carattere metaforico) in questa versione quasi operistica della Tempesta, tale dicotomia, non poteva più avere senso: la distanza tra i due mondi si assottiglia fino a scomparire, ma sotto il segno dell’ ambiguità. Se, da una parte, l’elemento magico che anima il testo shakespeariano prevale, se non altro perché tutti i personaggi sono in vario modo cantanti (e il canto è, come abbiamo visto la lingua del soprannaturale), dall’altra,  il Masque schiacciato nella sua originale accezione etimologica, abbassa il soprannaturale a puro travestimento, lo riduce ironicamente a gioco di società.
Ma l’isola di Prospero rimane un luogo di magia; anche quando questa sembra svanire del tutto  da quell’ esotico villaggio- vacanze in cui l’isola si trasforma nel secondo atto.
L’impatto con la civiltà di massa è forte ma non troppo traumatico: per le spiagge dell’isola musicalmente si aggira, con una certa classe,  Cole Porter piuttosto che Eninem.
Forse per effetto delle seppur declinanti arti di Prospero le onde magnetiche della televisione satellitare sull’isola non trovano parabola.